Paola Cortellesi e le fiabe. O anche: del rovesciamento del (dis)senso, del sentito dire dei social e della pigrizia intellettuale

Perché la polemica sulla regista dei record del cinema italiano non è solo pretestuosa ma irritante. Ed è incredibilmente semplice scoprirlo. Basta guardare e ascoltare con la dovuta attenzione il video. Provateci, lo trovate nell'articolo. Insieme a un parere sul perché molti hanno volutamente malinteso il monologo

Paola Cortellesi contro Biancaneve e Cenerentola, contro le “belle fiabe de nonna nostra”. Che sarebbe anche un bel titolo per un b-movie tipo Totò contro Maciste o Godzilla contro Biollante (sì, grandi mogol del trash, lo sappiamo, sono due generi diversissimi, ma era troppo brutto Biollante come nome per non citarlo).

Il 10 gennaio l’attrice, regista, sceneggiatrice, teatrante, intellettuale e (anche) comica ha tenuto un discorso d’apertura dell’anno accademico alla Luiss, così come tanti altri in passato, soprattutto negli Stati Uniti, a dir la verità.

Luigi Gubitosi, presidente della Luiss, ha avuto una bella e neanche troppo geniale intuizione: il caso culturale, creativo e sì, anche economico dell’anno, è incarnato da un’artista da 30 anni sulle scene. Chiediamole di raccontare una storia, che possa spingere i nostri studenti a cercare e trovare la propria strada. Paola Cortellesi ha accettato.

Niente di così diverso da Stanford che conferisce una laurea ad honorem a Steve Jobs e lui, come Cortellesi, mai laureato parla comunque agli studenti coniando il mitico e incompreso nel suo reale senso e significato, “stay hungry, stay foolish!”. Paola, con più umiltà – spoiler – li inviterà a essere protagonisti della loro storia e non comparse di quella di qualcun altro, spiegando con un certo didascalismo il senso del suo discorso. Fa bene, perché in pochi l’hanno capito, pur chiarissimo.

Piccolo inciso: nel mondo del giornalismo, soprattutto on line, c’è una battuta che gira ultimamente: se inserisci Paola Cortellesi in un articolo, fa numeri più alti, come in passato succedeva con la bacche di goji, la parola piedi, o su facebook l’aggettivo “incredibile!” e su instagram “la risposta è nel link in bio”.

Così su questo monologo, di appena 18 minuti, la stampa italiana e il mondo social ci ha campato quasi una settimana. C’è chi, come chi ne ha scritto per prima, una collega giornalista, si è fatta mandare dei vocali, estrapolati e difficilmente comprensibili nel tono e nella mimica facciale; e chi, come sempre, accontentandosi dei titoli on line e delle prime reazioni sdegnate, si è basato sul sentito dire. O ascoltare. Roba che il cortile di C’è ancora domani ha un’abilità nel fact checking decisamente maggiore.

Risultato: Paola Cortellesi è woke, Paola Cortellesi come Bob Iger che ci sta rovinando le nostre favole preferite, Paola Cortellesi nuova profetessa della cancel culture, ma soprattutto Paola Cortellesi come ti sei permessa di incassare così tanto e di diventare centrale nel dibattito culturale del nostro paese senza corteggiare i salotti buoni ma solo facendo un ottimo film e finire addirittura alla Luiss ad aprire l’anno accademico ci eri più simpatica quando contavi un po’ meno dai ricordati che sei pur sempre una donna. Così, tutto d’un fiato.

Ironia a parte – lo è, per chi dovesse estrapolare solo questo capoverso e farne originare una nuova polemica – sembra esserci un po’ di invidia e irritazione pelosa nell’esplodere tanta rabbia, spesso maschile ma soprattutto dal contesto cinematografico (guarda un po’) – nel volerla far apparire un’opportunista del politicamente corretto del “non si può più dire niente”, la nemica numero uno di Ricky Gervais, una reazionaria travestita da progressista. O viceversa, non abbiamo ancora capito di quale teoria complottista lei sia motore.

Dopo aver battezzato la polemica come grottesca e paradossale e deciso di non cavalcarla e non parlarne, spinti dalla curiosità abbiamo fatto una cosa rivoluzionaria. Abbiamo cercato il video del monologo. Sorpresa, con la lentezza dovuta a un’università che non è certo un’agenzia di stampa, tre giorni dopo era sul sito della Luiss. Dall’altro ieri, quindi, era possibile vederlo. Non sentirne parlare, non commentarlo senza averlo ascoltato. Vederlo. Ascoltarlo. Capirlo.

Ma in fondo la polemica era davvero sul vero contenuto di quelle parole oppure su ciò che desidera pensare la gente? Che sia il popolo dall’indignazione facile dei social o i maître à penser delle bolle che contano di Twitter, Threads e affini, così come i giornalisti ed editorialisti che desiderano convogliare il loro pensiero unico (ovvero quello che ossessivamente propongono perché è il solo che hanno), appena e dove possibile.

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Come avrete ascoltato – lo avete fatto vero? – la polemica non sussiste per non aver commesso il fatto (e anche per assenza di prove).

Peraltro il monologo ironico e necessario a far capire il senso strutturale della sua operazione cinematografica – usare il meccanismo della fiaba per ricordare che non si parla di stereotipi, ma, ahinoi, nel caso delle donne del 1946, di ruoli sociali e di amara realtà diventate, ai nostri occhi, archetipi naturali – è un qualcosa che ne richiama uno gustosissimo e divertentissimo della stessa artista al David di Donatello 2018 sulle parole “preziose” che nella nostra lingua hanno il loro significato esatto al maschile e diventano un luogo comune offensivo o almeno ammiccante al femminile.

Ma pur essendo già la donna da 6 milioni di dollari (di media d’incasso per ogni film in cui era protagonista), allora non aveva rimesso in discussione la gerarchia del potere cinematografico. Allora, in fondo, era una mascotte. Allora le si poteva dare quel palco e mostrare così un’illuminata apertura e un grande coraggio (peraltro il testo era del maschio Stefano Bartezzaghi).

La tirata un po’ pamphlet contro le fiabe, soprattutto nella loro declinazione disneyana, aggiungiamo, l’aveva già fatta il mitico Claudio Bisio (non citiamo l’anno, impietosamente parla il video) con Quella vacca di Nonna Papera. Politicamente scorrettissimo, risentito oggi, ma non lo diciamo che altrimenti anche il nostro potrebbe passare un pessimo quarto d’ora.

Certo, Bisio non l’aveva fatto alla Bocconi, anche se sarebbe stato bello. Ma lui poteva permetterselo, aveva i cromosomi giusti.

Insomma, che fa Paola Cortellesi di così grave?

Ci ricorda che le fiabe sono racconti orali, trascritti e mai scritti, drammaticamente condizionati non dal momento in cui sono state inventate, ma da quello in cui sono raccontate. E che continuare a narrarle in un senso maschilista e predatorio e violento, o comunque semplificativo (la bellezza come unica bussola del destino femminile, ad esempio), crea le Delia di tutto il mondo.

E che un intervento esterno, che sia quello di un narratore o di uno Stato che ti riconosce un diritto sacrosanto, può cambiare il destino non solo delle favole, ma anche e soprattutto della realtà di cui sono specchio. E delle eroine protagoniste, che altrimenti aspetteranno sempre e solo il principe azzurro. Che nella vita vera se la danno a gambe come Vinicio Marchioni (nel film, nella vita siamo sicuri sarebbe rimasto).

Fermiamoci, finché siamo in tempo. Altrimenti finiremo per censurare Orwell e La fattoria degli animali perché antispecisti. E lo scriviamo con il terrore che sia già avvenuto.

Quindi, rinfoderate le spade, alfieri del politicamente scorretto, le miti e sottomesse Delia che nella loro normalità trovano la forza di diventare eccezionali e ribellarsi, per amore di una figlia e per la sollecitudine di una politica più lungimirante di quella attuale, quelle donne che hanno avuto l’ardire di disobbedire persino al ruolo che per decenni hanno supinamente accettato, così come Paola Cortellesi, non sono agenti della controriforma culturale.

No, semplicemente, pretendono che avvenga ciò che è sempre successo. Che si aggiornino le narrazioni alle epoche.

Non esiste una Biancaneve, ma almeno sette.

E se proprio volete prendervela con lei, fatelo con creatività. Non è che per caso che la regista che ha battuto tanti (troppi?) record del cinema italiano attacca i nani come patriarcali e sfruttatori della donna solo perché, per dirla alla De André, “sono carogne di sicuro perché hanno il cuore troppo vicino al buco del culo”?

Non ci avevate pensato, vero? Anche nelle polemiche, non siate intellettualmente pigri. Paola Cortellesi contro i nani. Un titolo bellissimo.