Lavoratore dello spettacolo: Virzì Paolo. Professione: Regista

Il Primo Maggio di THR Roma per i lavoratori dello spettacolo: Paolo Virzì e il cinema che vuole cambiare il mondo

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Con la cultura non si mangia. No non lo ha detto Paolo Virzì.
Lo disse il ministro Tremonti, anche se da anni lo smentisce, ma lo pensano in tanti. Persino l’illuminato Barack Obama, faro della sinistra moderna, si lasciò sfuggire qualche anno dopo, di fronte ai giovani del Wisconsin (mica i nazisti dell’Illinois), il consiglio di cercare settori più redditizi di quelli a cui avrebbero potuto accedere “con una laurea in storia dell’arte”.

Eppure diversi studi indipendenti e autorevoli dicono, senza tema di smentita, che un euro pubblico speso in cultura ne porta, allo stato, due. Quando va male, perché la media è uno a sette e si è arrivati nei momenti migliori anche a uno a trenta. Insomma, puntare sulla cultura è più intelligente (e sicuro) che giocare in borsa.  Gli artisti sono tra i più precari, anche per vocazione, va detto, ma, cosa ancora più insopportabile, tra i meno tutelati, esposti più di altri alle crisi economiche, alla scarsa serietà dei committenti ma anche a una facilità di accesso alla professione che molto spesso penalizza i più preparati e titolati.

Ed è questo che vogliamo ricordare in questo primo maggio, con l’esempio degli “uno su mille” che ce l’hanno fatta (e purtroppo la proporzione è ancora più punitiva). L’artista troppo spesso ha studiato e lavora sulla sua arte per la maggior parte del tempo della sua giornata, ma il suo reddito, quando è mediamente fortunato, è da secondo lavoro e molto più spesso confina con la paghetta o l’arrotondamento occasionale.

I mille provini finiti male, l’esercito di turnisti che nella musica tengono su l’industria e che rasentano l’indigenza, i comici che battono la penisola tra villaggi vacanze e ingaggi incerti in saghe e affini, la costante incertezza e posticipazione dei pagamenti costruiscono un esercito di uomini e donne che credono nella bellezza e la praticano, così da rendere migliore il nostro mondo, ma quest’ultimo non li ricambia mai.

Ecco perché oggi riproponiamo alcune interviste a due registi di successo e ad alcuni de I David di The Hollywood Reporter Roma nella forma di un appello ai e dei lavoratori, mostrando le storie di chi, magari venendo dalla provincia e vivendo quel precariato, ce l’ha fatta.

Per una volta non incorniciando i loro nomi e cognomi in titoli sfavillanti di giornali, ma rendendo loro onore con l’essenzialitá di ciò che sono e fanno. Con il cognome prima del nome, come nelle buste paga, negli albi professionali, negli ordini di servizio e nella lista dei lavoratori di una qualunque azienda.

Paolo Virzì: il regista

Dovete immaginare Ventotene, l’isola del confino dove sono stati imprigionati durante il fascismo i Padri della Patria, il 25 aprile, giorno della Liberazione. Un giorno di sole e di vento, con le scolaresche che arrivano al porto per la gita d’istruzione e sbarcano su un set, intanto e invece. Arrivano insieme agli attori del nuovo film di Paolo Virzì, Un altro Ferragosto: il sequel, quasi trent’anni dopo, di Ferie d’agosto.

Dovete immaginare i ragazzi che scendono dalla nave e trovano all’approdo Vinicio Marchioni, Andrea Carpenzano, Sabrina Ferilli, Christian De Sica sul molo. I dolly, i droni, il cinema, il loro stupore. Il regista al monitor che dice STOP, la scena che riparte daccapo. Una gita indimenticabile. Alla fine di questa prima giornata di set Paolo Virzì ha concesso a The Hollywood Reporter Roma un’intervista.

Era il tramonto, c’erano molte ore di lavoro alle spalle e trent’anni di vita, anche. Il regista racconta qui tante storie, mai ascoltate, sulla sua giovinezza, sul tragitto che ha portato da Ferie d’Agosto a questo altro Ferragosto: le ragioni per cui ha deciso di girarlo, il punto della vita in cui si trova e quelle in cui si trovava allora, l’Italia com’era com’è e come, chi lo sa, potrebbe essere. C’era un pezzo di Platonov di Cechov nascosto in quella commedia e nessuno se n’è mai accorto, c’è un furto segreto anche in questa.

Che parla del tempo che passa, del tempo che cambia. Della morte, anche, con grandissima profonda leggerezza. Cos’è diventata la Sinistra, cosa la Destra, come sono cambiati da allora i Molino e i Mazzalupi e chi siamo diventati noi. Senza voler insegnare niente a nessuno, senza prendersi troppo sul serio ché non c’è niente di più difficile che suscitare un sorriso, un dubbio.

E’ una domanda, questo film: un esorcismo e una preghiera – dice Virzì. Perché il tempo è passato e “non c’è niente di più bello che questo: raccontare il tempo che passa”. Da quando eravamo ragazzi, a Livorno, in una compagnia di teatro che voleva cambiare il mondo – ora che il mondo è diventato questo. Vediamo quale mondo. Scopriamolo insieme. Ascoltiamo le sue parole, immaginiamo il suo film.