40 anni di Born in the U.S.A., Bruce Springsteen entrò nella storia con un successo clamoroso a cui non era per niente preparato

Il quattro giugno di quarant'anni fa usciva il settimo album della rockstar americana interamente girato a New York. Nonostante fu il disco più venduto del Boss rappresenta ancora oggi un trauma per buona parte degli irriducibili seguaci

Di THR ROMA

Oggi sembra difficile capirlo, ma quando il quattro giugno di quarant’anni fa uscì Born in The U.S.A. fu un trauma per Bruce Springsteen e per buona parte degli irriducibili seguaci. Probabilmente né Bruce né i suoi fan erano preparati a quel successo clamoroso che ne fa uno degli album rock più venduti della storia ma che soprattutto ha trasformato Springsteen in una super star mondiale.

Per arrivare a quel traguardo aveva lavorato come un matto, da buon working class hero ma in realtà non era essere una super
star da Mtv che gli interessava: in fondo dopo che finalmente aveva sfondato, nel 1975, con Born To Run, nel 1978 aveva registrato Darkness On The Edge Of Town, un album potente e scurissimo che molti anni più tardi Don Winslow definirà come un
grande noir.

Bruce Springsteen in concerto

Bruce Springsteen in concerto

E dopo che nel 1980 grazie a The River aveva cominciato a riempire le arene americane e con Hungry Heart era per la prima volta entrato nelle chart dei singoli, nel 1982 aveva pubblicato Nebraska, un disco chitarra e voce, un capolavoro di spietato minimalismo rock. Per i fan il Boss era un culto, in Italia poi fino a quel momento erano un’enclave gelosissima della fede in quel ragazzo del New Jersey che riusciva a trasformare in musica e parole le loro vite e i loro sogni.

Born in The U.S.A travolse il mondo con la forza di un uragano: per i puristi fu un oltraggio sentire le tastiere, con quel suono così puramente Eighties. Per il mondo intero fu come il canto delle sirene: “Born Down in a Dead Man’s Town” è l’incipit di un testo durissimo su un reduce del Vietnam che vive il dramma del ritorno a casa, eppure conquistò i quattro angoli del pianeta.

Ronald Reagan tentò di appropriarsene per le proprie campagne patriottiche, subito stoppato dal Boss che rifiutò di
concedergli i diritti. E poi, “scandalo nello scandalo”, Dancin’in The Dark, il brano aggiunto a disco chiuso, dopo una tremenda litigata con Jon Landau, il manager-produttore-tutore che aveva chiesto “un singolo”. Ai fan sembrava un oltraggio quel pezzo ballabile, con il video firmato Brian De Palma con un’adolescente Courtney Cox chiamata sul palco a ballare con il Boss.

Oggi la ragazza che sale sul palco a ballare è un rito immancabile, “You Can’t Start a Fire, You Can’t Start a Fire Without A Spark” è un coro altrettanto immancabile. In realtà le 12 canzoni di quell’album trionfale hanno storie lunghe, come d’abitudine in Springsteen: quello che è nuovo è il sound, più potente, si potrebbe dire esplicito, per la prima volta volutamente legato alla contemporaneità e forse per questo così clamorosamente accolto.

Bruce Springsteen al Circo Massimo, 21 febbraio 2023

Bruce Springsteen al Circo Massimo, 21 febbraio 2023

Come tutti i capolavori, anche Born In The U.S.A.  è una storia fatta di tante storie: come quella di Little Steven Van Zandt,
destinato a diventare il Silvio Dante dei Soprano, che registrato quell’album, dopo essere stato accanto a Springsteen dai tempi in cui erano due ragazzi squattrinati che dominavano le session notturne sul Jersey Shore, decise di andare via dalla E Street Band dove poi rientrerà qualche anno dopo. E’dedicata a lui, a quell’errore madornale di cui non si è pentito mai abbastanza, la struggente Bobby Jean.

Grazie anche al missaggio di Bob Clearmountain, Born In The U.S.A. sembra creato per essere suonato negli stadi: ed è proprio con quella tournée che il 21 giugno 1985 Bruce arrivò in un San Siro pieno all’inverosimile. Non era ancora buio quando uscì sul palco e urlò un “One, Two, Three, Four” che avrebbe tolto la voce a qualsiasi uomo normale. Cominciò proprio da Born in The U.S.A. la prima volta del Boss in Italia: sul secondo anello spiccava lo striscione “Bruce Zerilli”, omaggio alla mamma Adele, figlia di Antonio, da Vico Equense.

E proprio “Bruce Zerilli” è il titolo del bootleg di quel concerto leggendario. Da allora San Siro è uno dei templi mondiali dello
Springsteenianesimo e da quel giorno anche i fan più gelosi del loro culto accettarono il fatto che tutto il mondo aveva capito
che Bruce Springsteen è uno dei più grandi rocker della storia.

(Ansa)