African American Drama on the Italian Stage: la drammaturgia afrodiscendente al Teatro di Roma

Il laboratorio, finanziato da un bando dell’Ambasciata degli Stati Uniti, nasce dalla collaborazione con l’Università degli Studi della Tuscia. THR Roma ha incontrato la ricercatrice Valentina Rapetti e i protagonisti del workshop, che andranno in scena il 7 giugno

“African American Drama on the Italian Stage”, con questo titolo lo scorso gennaio il Teatro di Roma metteva a disposizione 20 posti per un progetto laboratoriale sulla drammaturgia afroamericana in collaborazione con l’ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia e l’Università degli studi della Tuscia.

Il workshop, iniziato con una prima fase di due settimane a febbraio, prosegue con un percorso di “disseminazione e restituzione al pubblico” sempre all’interno degli spazi del Teatro di Roma. L’appuntamento è al Teatro Torlonia venerdì 7 giugno con due testi di Lynn Nottage,  PUF! e Fabulazione, o la rieducazione di Undine.

Durante i giorni di formazione dello scorso inverno, THR Roma ha avuto accesso per alcune ore al seminario a porte chiuse, dove ha incontrato i 20 attori e attrici selezionati, la regista Paola Rota, l’attrice Esther Elisha che ha affiancato Rota nel ruolo di assistente alla regia e, Valentina Rapetti, la ricercatrice dell’Università degli Studi della Tuscia da cui è nato il progetto stesso.

Dalla ricerca accademica al palco

Il workshop teatrale nasce infatti in seguito a un progetto di ricerca intitolato Cittadinanze teatrali. La drammaturgia afroamericana come forma d’arte, di attivismo e agente di cambiamento sociale. “Sono partita dall’ipotesi”, afferma Rapetti, “che ci sia una relazione tra la mancata rappresentanza politica dei soggetti afrodiscendenti in Italia e la sostanziale assenza di artisti nel panorama teatrale nazionale istituzionale. C’è una corrispondenza tra rappresentanza politica e rappresentazione simbolica, nell’ambito teatrale”.

Per dimostrare queste tesi, Rapetti ha portato avanti un’indagine sia quantitativa (sulle quattro principali istituzioni di formazione teatrali italiane) sia qualitativa, attraverso dei questionari semistrutturati che ha somministrato agli alunni ed ex alunni delle istituzioni considerate.

Dall’indagine è emersa soprattutto una grande difficoltà, per attori e attrici afrodiscendenti, nel trovare nel mercato del lavoro ruoli non stereotipati o non legati a una logica di colorblind casting (ruoli non caratterizzati dal punto di vista identitario o etnico, per questo spesso usati in una logica di parziale “inclusione”, ndr).

Alcune attrici partecipanti al laboratorio al Teatro Torlonia nato dalla collaborazione dell'università degli studi della Tuscia con il Teatro di Roma e l'Ambasciata degli Stati Uniti a Roma

Alcune attrici partecipanti al laboratorio al Teatro Torlonia nato dalla collaborazione dell’università degli studi della Tuscia con il Teatro di Roma e l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Courtesy of Teatro di Roma

Un teatro nuovo nei temi ma tradizionale nella forma

L’idea di Valentina Rapetti è stata perciò quella di mettere in moto un progetto in grado di unire l’esperienza teatrale con i risultati da lei individuati. “Oltre ad essere una ricercatrice universitaria, da vent’anni traduco per produzioni teatrali italiane testi di drammaturgia anglofona contemporanea”, afferma. “So quali sono le richieste delle compagnie e quali sono i loro rischi e le loro paure quando si tratta di proporre qualcosa di innovativo. Ho messo a disposizione tutte le mie competenze innanzitutto nella scelta dei testi su cui i ragazzi e le ragazze hanno lavorato, assumendo una prospettiva realista: sono tutti testi con possibilità molto concrete di approdare a esiti produttivi”.

Durante la prima fase del workshop, infatti, il gruppo di attori e attrici ha lavorato su traduzioni di Rapetti stessa di opere di autrici quali Lynn Nottage e Suzan-Lori Parks. “Ho scelto testi riconoscibili dal punto di vista formale per un pubblico italiano. Teatro di parola, di prosa, con un codice abbastanza riconoscibile, diviso in atti, scene e azione drammatica lineare. In questa tradizione teatrale, però sono i temi a cambiare, sono i temi della diaspora nera”.

Il ruolo dell’Ambasciata degli Stati Uniti

È qui, nell’applicazione pratica, che nasce la collaborazione con il Teatro di Roma, in particolare con l’Ufficio affari internazionali e attività culturali del Teatro di Roma, nella persona di Silvia Cabasino. Ed è qui, sempre nella trasformazione del progetto di ricerca universitaria in esperienza di drammaturgia, che entra anche il supporto essenziale, economico, principale dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, tramite il bando US Mission to Italy, che finanzia diverse attività culturali.

“L’Ambasciata è da sempre impegnata nel sostenere progetti che promuovano la cultura dell’inclusione”, ha dichiarato a THR Roma il portavoce dell’ambasciatore Jack Markell, il quale ha anche fatto visita al laboratorio lo scorso febbraio. “L’Ambasciatore Markell è rimasto profondamente colpito dall’impegno dei partecipanti e dalla loro disponibilità a condividere le proprie esperienze personali, mettendole al servizio del progetto artistico”. Inoltre aggiunge: “Il teatro ha una forza trasformativa in grado di ispirare e promuovere il cambiamento; per questo è importante raccontare ed ascoltare una pluralità di voci e storie. La drammaturgia e l’esperienza afroamericane possono mescolarsi a quelle italiane e consentire a nuove drammaturgie di emergere. Per tutti questi motivi, il Teatro di Roma rappresenta un luogo ideale”.

Un’esperienza-bagaglio

L’ultima parola sul progetto, in caso, spetta ai protagonisti, i 20 attori e attrici selezionati per il progetto. Si tratta di “16 attori e attrici afrodiscendenti e 4 bianchi, due ragazzi e due ragazze”, specifica Rapetti. Nelle due settimane che hanno trascorso all’interno del Teatro Torlonia hanno lavorato sui testi, leggendoli e analizzandoli insieme, ma soprattutto hanno abitato uno spazio istituzionale a cui è raro che riescano ad avere accesso altrimenti.

Un momento del laboratorio al Teatro Torlonia nato dalla collaborazione dell'università degli studi della Tuscia con il Teatro di Roma e l'Ambasciata degli Stati Uniti a Roma

Un momento del laboratorio al Teatro Torlonia nato dalla collaborazione dell’università degli studi della Tuscia con il Teatro di Roma e l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Courtesy of Teatro di Roma

Sono soprattutto le ragazze a sentirsi più a loro agio nel condividere i loro pensieri: “Quest’esperienza mi ha fatto sentire quanto la nostra drammaturgia, la nostra voce, la nostra presenza siano state sistematicamente invisibilizzate”. “Per la prima volta mi sono sentita in maggioranza, finalmente”, aggiunge una collega. O ancora: “Adesso posso dire di non sentirmi sola, ma non sono ancora davvero su un palco. Non sono ancora in una dimensione di narrazione”. Il riferimento è al fatto che non è (ancora) prevista una produzione teatrale da questo laboratorio ma solo una presentazione finale, probabilmente a inizio giugno. “Anche se il mio sogno rimanesse tutto all’interno di questo teatro”, conclude una delle attrici, visibilmente commossa, “non sarebbe uno spreco di energia. Nulla è sprecato, entra tutto nel nostro bagaglio, tutto nelle nostre vite. Però, ecco, non merita di finire qui”.