Una, cento e mille Charlize Theron: “Vivo come se non ci fosse un domani”

"A me piace spaccarmi la schiena nei film", dice l'attrice premio Oscar. Che qui racconta la sua attività da produttrice e spiega che "oggi non ci sono più quattro o cinque uomini che ti calpestano sui set". Poi ci sono anche i capitoli Fast & Furious e Marvel...

Nel retro di un piano bar di Beverly Hills, in un separé, siede il premio Oscar Charlize Theron, a malapena riconoscibile con questi folti capelli neri. Li aveva tagliati il giorno prima, con orrore delle sue figlie, di 7 e 10 anni, ma lei non si è mai legata a un’unica immagine di sé – né ha fatto carriera cercando di costruirne una.

In effetti, se ti aspetti un’altra attrice cauta e sulla difensiva, hai frainteso Charlize Theron. Nel corso di tre ore di una serata di un venerdì di novembre, il volto di Dior ha lanciato un totale di 154 volte l’imprecazione “F**k”, e questo solo quando il registratore era acceso. Mi assicura che sua madre, che l’aiuta a crescere le sue figlie a Los Angeles, ne avrebbe usate ancora di più. La sua “parlata da marinaio” è in parte genetica, dice Theron, e in parte strategica: vuole abbattere i muri che di solito circondano le star del suo calibro, e pronunciare parolacce, ha concluso, è un metodo infallibile per farlo. Il suo atteggiamento leggero e giocoso stride di certo con i ruoli più cupi e seri che ha scelto di interpretare, così come con il suo passato traumatico, segnato sia dalla presenza imponente del padre alcolizzato e furioso che dal caos della sua terra natale.

Charlize Theron lasciò l’apartheid in Sudafrica dopo aver vinto un concorso di moda all’età di 16 anni, anche se la passerella non le interessava molto. Invece, la ballerina formata alla Joffrey si stabilì a Los Angeles a metà degli anni ’90, dove ottenne fama grazie a un agente che l’aveva sentita litigare con il cassiere di una banca. Nei quasi tre decenni successivi, la quarantasettenne  ha recitato in circa 50 film, da Monster, che le è valso un premio Oscar, a Mad Max: Fury Road, che ha consolidato il suo status di più grande star femminile del genere d’azione. È anche una produttrice, con la sua casa di produzione di 19 anni, Denver & Delilah, responsabile di una serie di programmi per la tv (tra cui Mindhunter di David Fincher) e film (The Old Guard), oltre che ambasciatrice di marchi, messaggera di pace dell’ONU e importante filantropa. Theron, che ha ricevuto il premio Sherry Lansing Leadership Award di The Hollywood Reporter, ha fondato il Charlize Theron Africa Outreach Project nel 2007 per combattere la diffusione dell’HIV/AIDS nel suo paese d’origine.

Mentre un pianista suona, Charlize Theron si confida sull’ambizione, la maternità, i doppi standard e sul fatto di aver fatto molta gavetta.

Se si chiede in giro a Hollywood di te, come ho fatto io, sembrano emergere tre narrazioni. La prima è che sei una produttrice molto attiva – sei presente in tutte le presentazioni e nei meeting creativi – il che sembra sorprendere le persone.

È come essere sorpresi che un banchiere stia contando i tuoi soldi (ride). Ma io vengo da quell’epoca di accordi di vanità, e forse è perché vengo da quell’era che tutto ciò mi ha davvero disgustato. Inoltre, i miei genitori lavoravano nelle costruzioni stradali. Mia madre si svegliava alle 3 del mattino per cambiare una candela su un camion. Mi hanno inculcato il duro lavoro. Penso che sia per questo motivo che ho sempre avuto un problema con la moda. Non è un lavoro duro, e non lo dico in modo offensivo nei confronti delle grandi modelle là fuori, lo dico perché c’è una parte di me che ama un po’ più di fatica.

Charlize Theron fotografata per The Hollywood Reporter

Charlize Theron fotografata per The Hollywood Reporter da Chrisean Rose

La seconda narrazione è che sei una tipa tosta, in quanto a disponibilità a fare azioni e acrobazie a rischio di danni fisici…

Ho subito un intervento chirurgico alla spalla due settimane fa, eccoti servita (ride). Abbiamo appena terminato le riprese del sequel di Old Guard, dove ero appesa alla fiancata di un elicottero. Vorrei tanto che fosse questa la storia. Invece è successo durante l’allenamento. Stavo imparando a combattere con la spada.

Ma sei anche tosta nel parlare. In passato hai detto di aver sentito il bisogno di fare la voce grossa. La pensi ancora così?

Sento di aver avuto bisogno di spaventare le persone per fare le cose che volevo veramente fare in campo creativo. Ma ormai sono troppo vecchia per queste stronzate. La gente dice che la vita è troppo breve, ma io credo che sia troppo lunga.

E l’altra cosa, che emerge nelle tue interviste, è che dici parolacce come un turco e generalmente ti piace divertirti. Credo che sia stato Seth Rogen a dire che sei “un’amica straordinaria”.

Lui è sempre talmente fatto che non gli darei fiducia (ride). Sono cresciuta in mezzo a donne che erano un po’ come i ragazzi… non che cercassero di esserlo, ma che amavano un certo tipo di umorismo forse non socialmente accettabile per le donne. Ma molte di queste qualità di cui parli le potrei utilizzare anche per descrivere mia madre, ed è per questo che mi piace uscire con lei. La gente dice: “Hai un rapporto così malsano con tua madre”, e io rispondo: “Se puoi essere divertente come lei, allora uscirò con te”. Quest’idea di godersi la vita, l’ho imparata sicuramente da lei. Prima di svegliarmi, lei dice così: “È una magnifica giornata del cazzo, il sole è già alto e siamo grati”. È una donna che dice molte più parolacce di me.

Charlize Theron fotografata per The Hollywood Reporter

Charlize Theron fotografata per The Hollywood Reporter da Chrisean Rose

È stata tua madre a comprarti un biglietto solo andata per Los Angeles per cercare di fare carriera a Hollywood. Avevi un’idea di cosa ciò comportasse quando sei arrivata?

Non sapevo nulla, e tante cose sarebbero potute andare storte. Ma mia madre mi ha sempre detto: “Date le nostre circostanze e le opportunità che pensavo potessi avere lì, ero disposta a correre il rischio”. Non che ne avessi bisogno per diventare un narratore, ma credo che le circostanze familiari mi abbiano quasi costretto a fuggire nelle storie per sopravvivere. Molte persone sono andate a scuola di teatro, io tornavo a casa da scuola e davvero avevo bisogno di immaginare di uscire dalla casa in cui vivevo. Quindi, quando sono arrivata qui e mi hanno detto, “questo è quello che fai come attrice”, ho pensato: “Sono già molto brava”.

Sei passata dall’essere una comparsa in Children of the Corn III a posare sui cartelloni pubblicitari in lingerie in tutta Los Angeles per il thriller criminale del 1996, 2 Days in the Valley. Che cosa hai provato?

È stata un’esperienza intensa. Ricordo di essere rimasta in piedi su Sunset Boulevard e di pensare: “Oh mio Dio”. La mia educazione è stata molto positiva riguardo al corpo, quindi non è stato tanto “oddio, sono in lingerie”. Ho capito quanto fosse sbagliato solo molto tempo dopo. Era più che altro una sensazione travolgente: “Cavolo, sto lavorando con Danny Aiello e Glenne Headly”. Ero pronta a fare molti altri Children of the Corn III. Ma poi accade qualcos’altro, cioè che hai qualcosa che funziona e ogni provino è un “vogliamo che tu faccia solo quello”.

Eppure hai avuto il coraggio di dire “non lo faccio più”. Da dove è arrivato questo coraggio?

Dall’istinto, davvero. L’opportunità è una cosa molto complicata da gestire, ma penso che gli attori sappiano istintivamente che vogliono sfidarsi e vogliono interpretare ruoli al di fuori di chi sono. Non credo che si possa costruire una carriera interpretando se stessi. Luke Evans ha detto una cosa fantastica a riguardo: “Non avrei una carriera se avessi solo interpretato personaggi gay”. So che è la sua storia personale e che gli altri avranno le loro storie. Io sono io, quindi non ho il diritto di dire niente a riguardo, ma per me, all’epoca, era una questione di “non voglio di nuovo indossare biancheria intima bianca. Voglio fare qualcosa di completamente diverso”.

Presumo che ci fossero persone intorno a te che dicevano: “Prendi solo ciò che ti viene offerto”?

Sì. Avevo un manager all’epoca che diceva: “Hai un’offerta per fare Naked Gun e Half II” e io dicevo, “non voglio farlo”. Lui mi rispondeva: “non lavorerai mai più. Chi ti credi di essere?”. E io ribattevo: “Hai ragione, non sono nessuno. Ma qualcosa mi dice che non dovrei farlo”. Mi piacevano quei film, il punto è che non volevo dover tornare a casa dopo quattro anni e gestire l’azienda edile di mia madre. Pensavo costantemente a come avrei potuto far durare tutto: “Se riesci a continuare a sorprendere il pubblico, potresti ottenere il lavoro”, ecco quel che pensavo.

Charlize Theron sul set di Un milione di modi per morire nel West

Charlize Theron sul set di Un milione di modi per morire nel West

Quando hai sentito di poter smettere di preoccuparti?

Lo faccio ancora. Dico sempre ai miei figli: “Non date per scontato che ci sarà un domani”. Amo troppo questo lavoro per dare per scontato che ci sarà un domani. E perché amo guardare il lavoro degli altri, dico anche “dovete stare qui, altrimenti un altro sarà pronto a prendere il vostro posto”.

Parlando dei tuoi figli, quanto sono consapevoli di ciò che fai? Devono vedere i cartelloni pubblicitari?

Loro pensano: “Sappiamo che lavori, ma non siamo sicuri al 100% di che cosa fai”. Mia figlia più piccola dice: “Oddio, mamma, sembra che non riesci a mantenere un lavoro”. E con la più grande, che adesso è quasi adolescente, ci sono momenti in cui camminiamo per un aeroporto e vedendomi su un cartellone Dior mi fa: “Sei su un muro senza maglietta, mamma. È imbarazzante. Mettiti una maglietta!”. E io le rispondo: “Questa immagine pagherà il tuo college!” (ride). Ma in fondo, come ogni madre, voglio solo impressionarli.

Gran parte dei film in cui hai recitato durante la vita delle tue figlie sono d’azione… 

Ricordo questo momento, a metà anni ’90, prima che fossi un’attrice famosa – è così triste che sia un esempio maschile, ma ovviamente lo è – quando Nicolas Cage aveva appena vinto l’Oscar per Leaving Las Vegas e poi aveva fatto i film di Michael Bay e tutti dicevano: “Ma che cazzo sta facendo?”. E io pensavo, “Ti capisco e farei la stessa cosa”. All’epoca è stato molto criticato per questa scelta ma capisco l’idea di voler raccontare una storia emotiva attraverso la fisicità. Ovvio, non sto dicendo che Michael Bay lo stia facendo, cazzo (ride), ma allora probabilmente erano lui e John Frankenheimer a dirigere i film d’azione, giusto? Ci ho messo un po’ di tempo a capire che la narrazione fisica mi aveva sempre intrigato.

Perché?

Può sembrare strano, ma il senso di responsabilità narrativa che sento fisicamente quando faccio questi film mi pesa quasi di più di quando ho fatto Bombshell (il film del 2019 in cui ha recitato nei panni del giornalista televisiva Megyn Kelly, fino al 2017 a Fox News ndr). E’ una sfida, perché non è ovvio e non è facile, ma non si tratta di essere duri per il gusto di esserlo. E, ancora una volta, mi piace la parte che richiede sforzo. Mi piace stare in palestra per otto ore. Siamo stati in Grecia due estati fa, e ho visto quei muli che trasportavano i bagagli e ho pensato, “in una vita passata ero io il mulo”(ride).

È stato scritto così tanto su quanto fosse estenuante e conflittuale Mad Max: Fury Road dietro le quinte: quanto di tutto ciò è solo leggenda?

Ascolta, lo so che ho detto che come come attore, vuoi essere messo alla prova, ma poi non vuoi che faccia così male. È stato un lungo, lunghissimo periodo di riprese. Non avevo mai fatto niente che richiedesse quel tipo di resistenza, e non penso che lo farò mai più. Non so come sia stata la produzione del prequel, ma voglio credere che sia stata meno difficile. E odio dirlo perché non voglio mai incoraggiare giovani attori o narratori a credere che abbiano bisogno di traumi o sacrifici, perché non credo davvero che sia così, ma sono accadute delle cose in quel film che penso gli abbiano dato la magia. Non significa che debba essere sempre così, ma credo che in qualche modo il fulmine a ciel sereno che si cerca sempre di cogliere sia avvenuto in quel film. Ma è stata dura, cazzo.

Eppure avresti voluto fare di più.

Sai perché? Perché non ho mai veramente apprezzato o rispettato la visione di George Miller fino a quando non ho visto il film finito, e ho pensato: “Mio Dio, questo è ciò che aveva in mente tutto il tempo e io non riuscivo a vederlo”.

Avevi un contratto per tre film, quindi suppongo che avresti potuto avere un’altra opportunità.

Forse. Non sono arrabbiata per Miller che fa un prequel invece di un sequel. Una delle più grandi attrici, Anya Taylor-Joy, sta prendendo in mano qualcosa che io avevo solo immaginato.

Lei ti ha contattato?

No, ma capisco. È sempre complicato. Chi vuole tirar su il telefono e dire cose del tipo, “faremo questa cosa senza di te?”. Nessuno. Quindi capisco perfettamente. E amo George. So che parlerò di nuovo con lui.

Nel 2009 hai deciso far parte di un’agenzia: molti hanno pensato che avresti scelto la CAA, dal momento che ci sta la maggior parte delle grandi star . Invece hai scelto la WME perché – così mi è stato detto –  ti ha assicurato che avrebbe potuto aiutarti a costruire una grande attività di produzione. 

Esattamente. È quello che volevo in quel momento. La gente ti dice sempre quello che vuoi sentire, cioè “sì, capiamo questa piccola cosa secondaria che vuoi fare”. Ma non ho mai pensato che la produzione fosse secondaria rispetto alla recitazione. Entrambe sono importanti e quindi volevo che avessero successo allo stesso modo. E’ difficile convincere le persone a mandarmi un libro piuttosto che ad un produttore esperto. Mi sento come se nella mia carriera di attrice fossi pronta a pagare molto di più di quello che ho dovuto pagare alla fine, e ora mi sto rifacendo come produttrice. Non importa che cosa produco o quanto gli Studios parlino bene di me come produttrice: entro comunque nella stanza e la gente mi tratta come se fosse un affare.

Di recente hai detto di non avere più la stessa capacità di ottenere risultati come un tempo. Perché?

Il mercato è molto diverso oggi rispetto al successo che funzionava 20 anni fa, il successo che era denaro in banca. Stiamo vivendo in un’epoca di “reality tv”, e Dio solo sa quanto io ami la “reality tv”. Quindi, il mercato di quello che rappresenta Kim Kardashian – non in modo negativo perché guardo tutto ciò che fa – ha molto più valore di quello che fa Meryl Streep, che è una delle più grandi attrici in attività. È la verità. Hanno abilità molto diverse, ma se fossi Kim Kardashian, probabilmente riuscirei a fare molto di più.

Hai detto di essere diventata produttrice del film Monster del 2013 per proteggere te stessa…

In realtà per proteggere Patty Jenkins. Lei è una dannata pitbull, e posso capirlo. Ma eravamo circondate da uomini anziani e bianchi, e sapevamo quale film stavamo facendo, ma loro no. Ricordo una notte, tre settimane dopo l’inizio delle riprese, il nostro finanziatore ci chiama. Aveva provato a chiamare prima Patty, ma io, stupida, ho risposto al telefono alle 3 del mattino. “Ho appena visto quello che hai girato e sei così grassa, così brutta e non sorridi mai”, ha detto (per interpretare la serial killer Aileen Wuornos, Charlize Theron si era rasata le sopracciglia e aveva preso 15 chili, ndr). Ho chiamato Patty e lei ha detto: “Non ascoltare quei coglioni”. È stata la prima volta che ho sentito una donna dire: “Fottili”, ed è stata una forma di ribellione che non avevo mai conosciuto prima. Ero sempre quella che lo accusava, ma in un modo più sicuro di quanto facesse lei, perché c’era una parte di me che pensava: “Forse ha ragione”.

Gran parte della comunicazione dell’industria suggeriva che avesse ragione, no?

Sì. Ho ancora momenti in cui penso: “Cosa farebbe Patty?”. E cosa farebbero altre donne… Proseguo la lista: che cosa farebbe Sigourney Weaver? Cosa farebbe Gale Anne Hurd?

Sul set cerchi di creare un ambienti diverso rispetto alle produzioni in cui sei cresciuta?

Sì. Ma non ci sono più cinque uomini che entrano e ti calpestano. Ora vediamo tutti come veri partner, e quindi accolgo ogni tipo di conversazione. Dico anche: “Penso che tu abbia torto” o “È una brutta idea”. E poi una settimana dopo posso dire: “Avevi ragione”. E c’è un potere enorme nel dire: “Mi sbagliavo di brutto e tu avevi ragione”.

Ho sentito dire che questo tipo di tensione c’è stata anche sul set di The Old Guard.

In ogni film che ho fatto c’è stata questa tensione. Ti garantisco che se chiedi a chiunque abbia avuto un ruolo significativo nella mia carriera, direbbe: “Oh, sono stato sicuramente in una situazione con Charlize in cui mi ha chiamato due settimane dopo e ha detto: ‘Hai ragione, e io ho torto”. Lo dico anche ai miei figli tutto il tempo.

Una delle tue scelte più sorprendenti è stata quella di far seguire al tuo Oscar in Monster la partecipazione ad Arrested Development

E’ una cosa spaventosa entrare sul set di uno show così sviluppato e brillante. Ma avevo bisogno di mettermi in gioco in modo diverso, perché la gente mi considerava come una persona deprimente, come se mia madre avesse sparato a mio padre (quando Theron aveva 15 anni, suo padre tornò a casa ubriaco e minacciò lei e sua madre con una pistola, spingendo la madre a sparargli e ucciderlo in quella che gli ufficiali successivamente determinarono come legittima difesa ndr). E poi io adoravo quel programma. Penso che a volte, come donne, abbiamo solo una chance e poi sapevo che Aeon Flux, il film d’azione del 2005, sarebbe stato un flop. Lo sapevo fin dall’inizio: ecco perché ho fatto Arrested Development.

Cosa fai quando capisci che le cose non stanno funzionando?

Si combatte fino alla fine. All’epoca non ero una produttrice e non avevo l’esperienza necessaria per dire quello che credo Tom Cruise abbia detto negli ultimi 20 anni, ovvero: “Chiudete questa merda, metteteci altri quattro sceneggiatori e vediamo di risolvere il problema”. Invece io dico: “Devo solo superare questa giornata, ho la bronchite, ma continuiamo a girare”. Ora immagino tutti questi attori maschi che dicono: “Chiudete tutto per sei mesi!”. E’ come se, cazzo, nessuno mi avesse detto che era un’opzione.

Sembra che tu abbia l’abitudine di inseguire progetti e registi, sia che si tratti di George Miller o Seth MacFarlane, con cui hai fatto A Million Ways to Die in the West?

Sì. Pensa, MacFarlane non mi voleva. Ero appena tornata dalla Namibia dove avevo girato Mad Max, con la testa rasata e, come dice sempre lui, “avevi la bronchite” – sì, è un vero e proprio germofobo – “non avevi capelli e non eri mai stata divertente”. E io dico: “Capisco, ma ti chiedo di fare un salto nel vuoto”. Ma siamo ancora amici. Lo sento di essere considerata molto particolare, a meno che tu non mi conosca o non abbia già lavorato con me. So per certo che Jason Reitman non avrebbe mai lavorato con me se non mi avesse conosciuta.

Chi altro in questo settore diresti che ti conosce davvero?

Forse mi sbaglio, ma credo che nessuno con cui ho lavorato direbbe che non mi conosce. Quando incontro qualcuno, anche se si tratta di una presentazione a uno streamer per una fottuta serie televisiva, dico chiaramente che non ho bisogno di essere un enigma. E credo che la possibilità di imprecare e di lasciarmi essere auto ironica faccia parte di questo: è perché non voglio che voi pensiate che io sia una star del cinema. Abbattiamo tutti i muri, così possiamo metterci al lavoro. Voglio solo arrivare il più velocemente possibile a un punto in cui le persone possano dire: “Non credo che tu abbia ragione” o “Stai facendo un grosso errore”.

Hai detto diverse volte di avere la bronchite. È buffo: ho guardato molte delle vecchie interviste che hai fatto per vari film e il numero di volte…

Che sono malata?

Sì. Sei sempre malata.

Non mi ammalo mai durante le riprese di un film. Mai. È come se il mio corpo dicesse: “Non puoi ammalarti adesso”. E poi, una volta che abbiamo finito, mi viene la tosse o la bronchite o mi mettono un gesso.

Hai pubblicato un film praticamente ogni anno per decenni…

Beh, certi film rimangono in post-produzione molto più a lungo di altri. Quindi, a volte sembra: “Cavolo, dovresti smettere di lavorare e crescere i tuoi figli”. In verità li sto crescendo, solo che spesso pubblicano i film uno dietro l’altro. E alcuni di questi sono impegni di breve durata. Prendi il tempo passato su Fast & Furious: è stato davvero breve.

Vin Diesel ha detto di avere degli sceneggiatori che lavorano a uno spinoff di Fast per te. Ci sono sviluppi al riguardo?

Ascolta, come produttore, mi tolgo il cappello. Quel cazzo di ragazzo ha costruito qualcosa con la Universal che pochissime persone costruiranno nella loro intera vita. Non trascini un pubblico con te per così tanto tempo. Qualunque cosa tu pensi di quei film, devi essere un idiota per non dire: “È un cazzo di risultato”. Quindi, vedremo…

E sei entrata nell’MCU. O almeno sei apparsa come Clea in una scena dopo i titoli di coda nell’ultimo Doctor Strange, il che suggerisce che ti vedremo di più. Come è successo?

La risposta semplice è tutto quello che ho già detto su Old Guard. Se posso trovare qualcosa in cui riconoscermi, non sarò mai una snob, del tipo: “Questo mi rende meno un’attrice di successo?” Ero ignorante, non conoscevo abbastanza i film Marvel fino a quando una famiglia che considero come la mia famiglia adottiva me li ha fatti vedere. Sono pazzi di Marvel, e io li prendevo sempre in giro dicendogli che erano “fottutamente nerd”. Poi in primavera abbiamo affittato una casa, i nostri figli erano in un campo estivo e loro mi hanno detto: “Devi assolutamente sederti e guardarli”. Abbiamo visto tutti i film e ho pensato: “Sono incredibilmente ben fatti”. C’è una mitologia intorno ai film ed è stata pensata per decenni con Clea, e io mi sento veramente stimolata. Per esempio, come si può reinventare? Quindi, sono entusiasta, ma onestamente non so come cazzo andrà a finire.

Quindi, che cosa rimane nella tua lista dei desideri?

In questo momento, tutto ciò che faccio ruota intorno a quando i miei figli non vanno a scuola per l’estate, il che di solito significa che stiamo girando in un’ondata di caldo da qualche parte. Tra 10 anni, mi vedo sicuramente come una persona senza figli, che fa le valigie e viaggia per tre continenti dirigendo una serie televisiva. Ma non è la mia vita adesso.

Stavo ascoltando un’intervista di qualche anno fa con Howard Stern in cui dicevi di condurre una “vita molto semplice”. Vivi ancora nella stessa casa…

Da 30 anni ormai, sì.

Sì, e senza personale. Come hai detto tu, ti piace “fare le cose da sola”. 

È la mia vita, e voglio parteciparvi. Una cosa che la tragedia che ho vissuto mi ha insegnato è la consapevolezza che niente dura per sempre. Ed è facile dire che “è solo un film, ma poi è un altro film e un altro ancora”. E non voglio mostrarmi come una che ha la verità in tasca, ma penso che le donne si preoccupino del fatto che se non lavorano di più e non continuano a spingere, non arriveranno mai del tutto. Ed è stancante. Non mi sento mai come se potessi solo godermela. Ma man mano che si invecchia si diventa più saggi e, quasi a 50 anni, tutto diventa più facile. E i miei figli mi aiutano. Amo essere una mamma più di quanto mi piaccia essere un’attrice o una produttrice. E non avrei mai pensato di dirlo. Sarei triste di dover rinunciare alla recitazione se qualcuno domani mi dicesse “non puoi fare entrambe le cose”? Certo. Ma la scelta sarebbe ovvia.