Mimmo Jodice, fotografo senza tempo: l’omaggio di Martone per l’uomo che riempiva i silenzi con la forza di uno scatto

Dopo il film su Massimo Troisi, stavolta il regista e sceneggiatore - insieme, come sempre, a Ippolita Di Majo - tratteggia nel documentario presentato al TFF la vita e l'opera di un artigiano che ha saputo trasformare in immagini i vuoti e gli strappi

Diciamolo subito, il documentario Un ritratto in movimento. Omaggio a Mimmo Jodice non è bello come quello che Mario Martone ha fatto per Massimo Troisi, Laggiù qualcuno mi ama. Gli intenti sono differenti, ed è un primissimo punto da cui partire. Per la lettere d’affezione di Martone a un genio dell’arte comica, recitativa e narrativa italiana, il regista e sceneggiatore, alla scrittura sempre insieme alla fedele Ippolita Di Majo, ha inserito un sentimentalismo che faceva parte dell’animo dolce, ma verace del comico napoletano. Una maschera che è diventata tradizione fin da subito, anche quando Troisi ha rivoluzionato l’ironia al cinema e in televisione, dando un vero e proprio moto di giovinezza alla classicità della risata partenopea.

Stavolta, il tono, è più misurato. Lo era Mimmo Jodice. Mite, gentile e signorile: così lo descrivono. “Se a lui non piaceva, allora non scattava”, rivela la moglie Angela Jodice, da sempre vicino al fotografo, anch’esso napoletano. È prendendo da questa architettura della precisione, dell’attenzione, dell’immensità espressa attraverso le forme e le linee geometriche, oltre che a una conoscenza sconfinata e quasi atavica della camera oscura, che Mario Martone racconta un artista straordinario.

Un ritratto in movimento. Omaggio a Mimmo Jodice, presentato al Torino Film Festival 2023, è un documentario più didattico che emozionale, e che insegna a tutti chi era Mimmo Jodice, da dove veniva Mimmo Jodice e, soprattutto, fin dove è arrivato Mimmo Jodice. America, Russia, Brasile, Giappone. Il fotografo ha raggiunto l’ovunque e l’ovunque ha conciso sempre con la sua città, Napoli. Perché Jodice ha saputo giocare con il tempo e il tempo ha deciso di essergli amico.

Omaggio a Mimmo Jodice, il fotografo senza tempo

L’uomo ha viaggiato per lungo e per largo. Nel futuro e nel passato, i quali hanno forgiato un artigiano che ha percorso silenziosamente il suo cammino per conquistare la vetta che si era prefissato: rendere la fotografia (in particolare contemporanea) vera e propria arte. Che lo fosse già Jodice lo sapeva. Erano gli altri che doveva convincere e che ha lasciato esterrefatti davanti alla qualità e al pensiero del suo lavoro. È lui l’artista senza tempo. È lui che la fotografia aveva aspettato. Come le statue senza naso e i busti dissezionati che hanno attraversato la prova dei secoli pur di essere catturati dal suo obiettivo, così da poter tornare in vita.

Omaggio a Mimmo Jodice ci spiega il cambiamento della sua arte, dalle rivolte degli anni sessanta alla progressiva assenza di figure umane dalle inquadrature. Poi gli strappi, gli esperimenti, i vuoti che riempiva solamente col potere di uno scatto. Ciò che i luoghi o i palazzi o i paesaggi o le sculture non potevano più dire, Mimmo glielo faceva esprimere grazie all’immagine. E con le immagini Mario Martone ha alternato le interviste con l’amore di una vita, con i suoi allievi più assertivi, con i critici e gli studiosi che ne hanno osservato, carpito e a volte stimolato il lavoro.

“Lascio un’eredità, devo dire”, si guarda attorno Jodice nel suo studio. E alla fine dell’omaggio lo spettatore sa che, negli scaffali che contengono faldoni chiusi, è racchiuso qualcosa che, ancora oggi, saprebbe dire cos’è il contemporaneo. Una continua ricerca. Una strada radiosa – nessuno sapeva maneggiare la luce come lui – che non finisce mai. È cambiare, cambiare sempre. Anche quando si è stato tutto. “Ricomincerei da capo”.