Lisa Nur Sultan: la serialità italiana è figlia di una donna. Nonostante le disparità di genere: “Chi non lo dice è un po’ disonesto”

"Ho bisogno di fermarmi, ripulire il cervello, dargli aria, prendere idee nuove, non aver sempre bisogno di dire qualcosa". Parola alla sceneggiatrice di Sulla mia pelle e Call my Agent, che ha recentemente annunciato la fine della sua collaborazione al progetto. L'intervista di THR Roma

Lisa Nur Sultan è una delle penne più interessanti della nuova leva di sceneggiatori e scrittori italiani. Tante idee, messe in pratica in modo puntuale ed efficace. Nonostante i tanti anni di esperienza, si è affacciata alla serialità vera e propria da relativamente poco. Un periodo lavorativo breve ma intenso, nel quale ha abbracciato generi e racconti disparati, collezionando alcuni tra i maggiori successi del panorama italiano degli ultimi dieci anni.

È suo il riadattamento della serie francese Dix Pour Cent, che grazie al suo sguardo accorto, innovativo e svincolato, diventa Call my Agent, il caso seriale del 2023, in uscita dal 22 marzo su Sky e Now. È sua anche la scrittura di Sulla mia pelle, il legal drama (anche se riduttivo e svilente chiamarlo così) su Stefano Cucchi, interpretato magistralmente da Alessandro Borghi, per il quale si è trovata a maneggiare atti giudiziari. Ed a partire da questa prime esperienza, è sua la scrittura della fortunata Studio Battaglia, fenomeno Rai giunto alla sua seconda stagione.

Così, dopo aver ideato e adattato tutto, annuncia di aver terminato il suo compito per Call my Agent. Un po’ come chi, dopo aver avviato e rinvigorito un progetto di successo, capisce – con invidiabile onestà intellettuale – di non avere altro da aggiungere. Alla base, il sacrosanto bisogno di “ripulire il cervello, dare aria, prendere idee nuove, non aver sempre bisogno di dire qualcosa”, necessità di tutti ma possibilità concreta per pochi.

Di Call my Agent ha detto “non vedo più i francesi dietro di loro”, riferendosi alla serie originale, Dix pour Cent. Era l’obiettivo arrivare ad un’autonomia totale?

Era indubbiamente il mio obiettivo. Quando si inizia a fare un adattamento si è prudenti, nella prima stagione c’eravamo appoggiati tutti su tracce più visibili. Quando uno capisce le dinamiche che funzionano di più e quelle che funzionano di meno, si sente portato a far muovere i personaggi con un loro percorso autonomo.

Io avevo voglia di raccontare altre storie, anche perché è una serie talmente famosa che buona parte degli amanti del cinema avevano già visto l’originale. Pensare che Lea rimanesse incinta, elemento che traina su di sé tutta la stagione francese, a me non diverte. Mi interessava più ragionare su altre cose che fanno ridere me, tipo cosa vuol dire stare con una persona che non stimi.

Ha detto di non avere obiettivi particolare, se non quello di intrattenere, che può essere un intento altrettanto alto.

Cerco di far passare il messaggio di non prendersi sul serio. Quando scrivo un film drammatico lo faccio con estrema convinzione e grande rispetto. Quando devo far ridere, spero di riuscirci, perché questo è il mio lavoro. Le persone, che gli dedichino due ore a casa o che attraversino la città per andare a vederlo al cinema – devono avere qualcosa che li risarcisca della fiducia accordata e del tempo che hanno perso.

Call My Agent ha la funzione di intrattenere, magari portando qualche citazione, qualche guizzo, qualche riferimento per il futuro. L’anno scorso è successo che delle battute fossero riportate, e questa per noi è la soddisfazione maggiore.

C’è la paura di non soddisfare e soddisfarsi alla base della sua uscita dal progetto?

No, assolutamente. È per sopravvivenza mia. Di storie da raccontare in Call My Agent ce ne sono ancora centinaia. Abbiamo tante star che hanno voglia di partecipare, però è una scrittura molto complicata che porta via tanti mesi. Sono una persona che ha bisogno di nuove sfide, perciò ho voglia di dedicarmi ad altro. Non sento minimamente che sia non fertile, anzi. Potenzialmente può andare avanti per molti anni, soprattutto perché i nostri attori sono una bomba. Prima tra tutte, Marzia Ubaldi, una mancanza dolorosa sia dal punto di vista artistico che umano.

Quanto è difficile capire quand’è il momento di andarsene, rispetto a un progetto così proficuo?

Per me c’è stata un’esigenza complessiva di fermarmi. Un po’ come Claudio Majorana, che se n’è andato a Bali all’inizio della stagione. Non l’ho fatto morire come il suo corrispettivo francese: l’ho mandato alle dimissioni, proprio perché io già le stavo covando.

Ho bisogno di fermarmi, ripulire il cervello, dargli aria, prendere idee nuove, non aver sempre bisogno di dire qualcosa. Ogni tanto uno scrittore deve pensare di rigenerarsi, leggere, ascoltare, andare a vedere i film degli altri e uscire da una dimensione performativa. Avendo tirato dritto per due anni con due serie confermate due volte, ora me lo posso permettere.

Ho scritto quattro stagioni di fila, il mio fisico mi diceva fermati, così come la testa. Penso che sia qualcosa di comune, in tante professioni diverse, soprattutto dopo il Covid, che ha spostato la percezione della sopravvivenza e del fatto che si possa morire domani. C’è chi ha la fortuna di potersi fermare e chi ha dei lavori invece per cui non può permetterselo. Mi sento privilegiata in questo.

Un'immagine di Call My Agent - Italia

Un’immagine di Call My Agent – Italia

C’è sempre stata in lei l’esigenza di scrivere?

A sei anni dicevo “sarò una scrittrice di romanzi”. Scrivevo racconti, poi ho completamente abbandonato. Non ne ho mai più parlato, ho fatto finta di non averlo mai detto. Poi mi sono laureata in economia, e un minuto dopo ho detto ai miei “io vado a Roma e voglio scrivere”. Forse in fondo l’ho sempre saputo, ma non credevo che fosse un lavoro vero.

Cosa ricorda dei suoi inizi?

Mi fa un po’ ridere parlare di esordi, perché sono passati tanti anni. Non riesco neanche a continuare a parlare di come ho iniziato, anche perché è stata una gavetta molto lunga. Adesso per fortuna è più veloce, quando ho iniziato io era tutto un po’ più complesso.

È diventata nota ai più con Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, con Borghi nei panni di Stefano Cucchi. Che esperienza è stata quella di interfacciarsi con materiale legale così delicato?

È stata un’esperienza devastante. Mi ha fatto capire il tipo di lavoro che si poteva fare in quel senso. È stata la prima volta che ho letto degli atti giudiziari, e poi l’ho rifatto per Circeo. Adesso lo sto iniziando a rifare per un progetto, ed è una cosa che evidentemente mi è congeniale. Credo che nella trama di un processo ci sia tanto materiale narrativo per raccontare il nostro paese, ben oltre la singola storia.

Il tasto dell’ingiustizia è uno dei motori che mi muovono. Probabilmente sono uscita da questo periodo sabbatico proprio perché ho trovato una storia che vale la pena di essere raccontata e mi ha strappata da questo voler stare fuori. Ogni tanto bisogna anche pensare di rientrare e dire qualcosa.

Trova che il fatto che la serialità sia diventata sempre più presente e massiccia abbia dato più spazio alla sua professione?

Sì, indubbiamente è cambiata. La serialità ha dato un nuovo spazio anche alla professione dello showrunner. Ma per quanto mi sia vicino, non è il mio lavoro. Se lo fosse stato, probabilmente avrei fatto anche la terza stagione.

C’è spazio per le voci nuove e giovani nel panorama attuale?

La mia generazione ci ha messo tanto per trovare uno spazio. Sulla mia pelle è uscito che io avevo 38 o 39 anni, ed era il mio primo film. Ovviamente non avevo campato d’aria fino a quel momento, avevo scritto tantissime cose, ma il primo film girato l’ho fatto a 38 anni. Tutto quello che ho fatto, che adesso sembra tanto, è compresso in un periodo di 4-5 anni, il che è molto poco.

Per i giovani, invece, visto che ci sono le piattaforme, c’è molta più apertura del mercato. Riescono a scrivere progetti molto belli e importanti anche a trent’anni, che poi è quando hai il cervello più fresco, più sviluppato. Io dico che la scrittura migliora la scrittura, però la freschezza delle idee e dello sguardo, più sei giovane, più ce l’hai. Perciò è molto bello che adesso ci siano delle persone under 35 che possono dirigere delle serie, sia come registi che come sceneggiatori.

Le possibilità sono le stesse per entrambi i sessi secondo lei?

Credo che come scrittrici siamo abbastanza rappresentate, perché siamo in tante. Come registe, però, c’è un problema: ce ne sono di meno, perché se ne iscrivono di meno alle scuole, escono di meno. 100Autori ha una sezione sulla parità di genere, e sta portando avanti anche delle analisi quantitative, che poi è quello che conta, perché è indubbio che le registe abbiano budget inferiori con cui fare i film.

È indubbio che vengano pagate di meno, è indubbio che se hai meno settimane per girare forse i tuoi film non riescono a competere nel campionato con gli altri. È indubbio che abbiano uno sguardo di giudizio più critico, è tutto indubbio. Chi non lo dice, secondo me, è un po’ disonesto.

Cosa vede nel futuro della serialità italiana? Abbiamo ancora tanto da invidiare agli Stati Uniti?

Noi sceneggiatori in Italia siamo ancora una figura che non ha l’ultima parola, mentre gli sceneggiatori tv in America, sono i re della serialità. Sono showrunner, produttori esecutivi e tanto altro.

Molti di noi iniziano a dirsi “perché questa cosa non la vendiamo là, così guadagniamo dieci volte?”. Siamo noi la figura che traina creativamente, e in Italia siamo frustrati da budget e compensi inferiori. Non mi sto lamentando, ma è evidente. Siamo tutti sullo stesso mercato, ma le cifre sono completamente diverse. Molti la prendono come una sfida per vedere come funziona. Poi magari succede come a tanti registi, vanno in America, vedono la follia, e dicono, “meglio stare nel piccolo e tornare a fare le cose con poi calma”.

Come lo stesso Muccino della prima puntata.

Esattamente. Anche se ho avuto delle proposte, io non l’ho ancora fatto.

Perché?

Anche per una questione caratteriale. Sono molto introversa e timida, sto bene facendo poco. L’anno scorso ho vissuto in Sardegna per cinque mesi da sola, a scrivere e leggere. Non mi vedo così mondana da buttarmi in una situazione iper competitiva come Hollywood. Mi piacerebbe farlo se potessi comunicare mandando solo delle lettere, senza vedere nessuno. Ma ovviamente non si può, quindi alla fine mi va bene rimanere qua (ride, ndr).