Riccardo Milani: “La forza di Giorgio Gaber? Era quella di non fare sconti a nessuno. E di dire le cose come stanno”

Io, noi e Gaber torna solo oggi e domani nei cinema italiani. Il regista: "Era un intellettuale che torna a farsi sentire perché oggi c'è qualcosa nell'aria che sta spingendo le persone a recuperare un briciolo di senso etico. Il film di mia moglie Paola Cortellesi? Quando l'ho visto la prima volta ho pianto di commozione". L'intervista con THR Roma

È il film di genere più visto dell’anno con oltre 65 mila biglietti venduti, superando in Italia, perfino il fenomeno Taylor Swift: Io, noi e Gaber, scritto e diretto da Riccardo Milani, ha conquistato il pubblico riempiendo le sale di oltre 260 cinema in tutta Italia lo scorso novembre, con il primato di spettatori nei soli tre giorni di programmazione, tanto da rendere necessario un nuovo lancio sul grande schermo.

“Il pensiero di Gaber è all’altezza di un pensiero filosofico, di una persona che debba essere riconosciuto ufficialmente come un esponente della nostra cultura, un artista che ha indicato una strada e l’ha indicato in maniera popolare. Ha avuto la capacità di essere un intellettuale a tutti gli effetti, che però sapeva parlare alle persone comuni, ed è questa cosa qui che oggi manca” ci spiega il regista Riccardo Milani, suo grande estimatore durante una pausa delle Giornate Professionali di Cinema di Sorrento.

Io, Noi e Gaber è stato un successo che ha conquistato pubblico e di critica fin dal suo debutto alla Festa del Cinema di Roma, dove è stato presentato in anteprima speciale lo scorso 22 ottobre. Un film che ha richiesto una lunga gestazione come ci ha raccontato lo stesso Milani: “Dieci anni fa con Dalia Gaberscik ci eravamo incrociati perché c’era il progetto di raccontare la vita di suo padre. Ricordo che ci chiamarono in Rai perché sapevano della mia passione per lui. Dieci anni dopo Dalia mi ha ricontattato dicendomi: ‘Tra due anni saranno vent’anni dalla morte di papà, e voglio che tu faccia qualcosa, decidi tu cosa fare’. Io le ho proposto Io, noi e Gaber”.

Andrea Occhipinti con Riccardo Milani sul palco delle Giornate Professionali di Cinema di Sorrento 2023

Andrea Occhipinti con Riccardo Milani sul palco delle Giornate Professionali di Cinema di Sorrento 2023

Visto il successo il documentario sul Signor G oggi e domani torna eccezionalmente nelle sale cinematografiche, distribuito da Lucky Red, prima di approdare l’anno prossimo in televisione, scelta fortemente voluta dal regista stesso.

Perché ha voluto che questo documentario passasse prima per le sale cinematografiche?

Perché penso che quello di Gaber sia un pensiero necessario da conoscere. Una grande necessità con un forte senso etico.

E con un successo di pubblico inaspettato.

Questo fatto di alzare la testa, guardarsi intorno come faceva lui e dire le cose che pensava e avere un pensiero critico sull’esistenza delle persone, sulla società in cui si vive, questo non accettare l’omologazione è stata una cosa che ha colpito il pubblico e ha colpito anche i ragazzi. La nostra generazione e quelle successive hanno vissuto un po’ di rendita su quel pensiero lì, su quell’attenzione lì, che va ufficialmente rivalutato.

Si è chiesto il perché proprio adesso?

I ragazzi sono venuti da me dicendomi: “Voi avete avuto un uomo così, un grande riferimento e non ne avete approfittato. E noi chi abbiamo adesso? Qual è la persona di riferimento?”. Non penso si riferissero alla questione di avere un leader politico all’altezza. È più una questione di carisma, di peso, di attenzione per le cose del mondo che Giorgio Gaber, con delle canzoni, non con dei libri o dei trattati, ha posto che poi nessuno più ha riproposto.

Mentre girava le è venuto in mente che avrebbe potuto avere successo?

No, ma si spera sempre che le cose che si fanno abbiano presa sullo spettatore. Io cerco sempre di fare le cose per il pubblico, perché penso che questo mestiere vada fatto esclusivamente per chi ci guarda. Certo non speravo in tutto questo successo, però pensavo alla possibilità di riaprire una pagina. E questa pagina finalmente si è riaperta.

Cosa pensa possa succedere adesso?

Penso che su Gaber oggi, al di là del fatto che torni in sala, la questione si stia ponendo nel mondo della cultura e anche nel mondo della politica: non è un caso che ci sia stata un’adesione totale nel tornare a parlare di un uomo che è scomparso vent’anni fa. Quando persone di varie generazioni e di vari mestieri – dalla politica al teatro, alla canzone, al cinema – accettano di parlare di un uomo così, è perché quell’uomo ha lasciato delle cose e le ha lasciate ancora sospese.

Però all’epoca Gaber, escludendo il periodo televisivo, non era un fenomeno di massa.

Si, ma era un artista che si andava tutti gli anni a vedere. Il movimento degli studenti a un certo punto ha avuto lui come riferimento, ed era un movimento importante, parliamo degli anni settanta, intorno al quale si sono giocate tante partite cruciali e ci sono state anche derive terribili. Anni meravigliosi e devastanti allo stesso tempo. L’attualità di Gaber sta in questo, cioè le questioni sono ancora aperte tutte e le domande sono ancora senza risposta.

Domande che nel documentario vengono poste a Pier Luigi Bersani, unico politico intervistato. Perché solo lui?

Perché è un leader politico straordinario. Perché solo lui? I politici alla fine rimangono spettatori, anche coloro che potevano fare qualcosa, sembra quasi che abbiano subito Gaber, ma senza scalfire nulla di quel periodo, cioè senza farne tesoro, anzi non farne proprio nulla.

La politica forse non si fidava di uno così poco incline al compromesso. 

Gaber era una persona che non faceva calcoli. A un certo punto diventa un grande e popolare conduttore televisivo, forse il più importante di quel periodo, gli anni sessanta. Ad un certo punto molla tutto per amore del teatro. Diventa un artista che ha un seguito enorme nel movimento studentesco e decide comunque di andargli contro e dargli degli schiaffoni. Un tipo così è totalmente inaffidabile dal punto di vista politico. Però questa è stata la forza di Gaber, quella di non fare sconti a nessuno e dire le cose come stanno. Penso che se quella lucidità lì tornasse ad essere una nostra capacità, godremmo un’onestà intellettuale che faciliterebbe tutti.

Giorgio Gaber, celebrato dal documentario Io, noi e Gaber di Riccardo Milani a 20 anni dalla morte

Giorgio Gaber, celebrato dal documentario Io, noi e Gaber di Riccardo Milani a 20 anni dalla morte

Come ha scelto le persone da intervistare per il film?

Sono persone molto diverse, che fanno mestieri diversi, che attraversano anche generazioni diverse, a volte anche molto distanti da Gaber. In tutte però riconosci un denominatore comune, che è quello di avere come riferimento un artista a cui devi dire grazie, perché quell’onestà lì non è più tornata.

La passeggiata che gli  intervistati fanno prima di dire la loro ha dato quel tocco cinematografico che i documentari di solito non hanno. Come le è venuto in mente? 

Parte da un’esigenza personale. L’idea era quella di risentire e riascoltare la voce di Gaber. Penso che a me manchi soprattutto la voce di Gaber. A volte ho dei vuoti, anche fisici, ma spesso sonori, di una voce che ogni tanto ti accompagnava e ti diceva delle cose, e tu stavi attento. Anche l’idea di tornare tutti quanti in teatro, di portarli un’ultima volta al Lirico di Milano a vederlo e ascoltarlo, per riaprire un discorso diretto con lui. Proprio la canzone eseguita in quel preciso istante C’è solo la strada recita: “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza”. Quel testo lì, adesso, in questo momento, credo che sa il valore aggiunto.

Una sorta di ultimo messaggio.

Esattamente. Gaber ci dice quello che dobbiamo fare in questo momento, o meglio quello che dovremmo fare, che forse la gente sta ricominciando a fare. I numeri poi ci dicono che c’è qualcosa nell’aria che sta spingendo le persone a recuperare un briciolo di senso etico, di senso della comunità, di uscire fuori da casa, uscire fuori dalla propria dimensione e capire che la vita vera, la nostra normalità è fatta di incontri, è fatta di relazioni sociali, è fatta di andare al cinema e relazionarsi con la gente, vedere le cose.

Qualcuno che aveva pensato di inserire le ha detto di no?

Con qualcuno ci può essere stata una mancanza di tempi, di impegni che non coincidono, cose così. Siamo stati sul set in due o tre blocchi, cercando di recuperare a volte le persone con cui non eravamo riusciti a parlare la volta precedente. Mi sarebbe piaciuto parlare con Gianfranco Fini, però non se l’è sentita. Però ho apprezzato anche la sua ritrosia.

Sarebbe stato utile dal punto di vista della par condicio vista la presenza di Bersani.

Non saprei. Ma sarebbe stata una figura importante. Sia la destra che la sinistra rispetto a Gaber hanno avuto posizioni molto simili. Ci sono stati detrattori e stimatori a destra come a sinistra, esattamente nello stesso modo. E’ significativo. Un dato comune penso sia l’onestà intellettuale riconosciuta. In molti hanno aderito a parole ai testi che potrebbero essere automaticamente portati ad avere una identificazione politica forte, però poi quando vai a leggere le reazioni e senti anche gli estimatori di Gaber, sono persone, a volte, anche molto distanti tra loro per idee politiche.

La contrapposizione politica, grazie a sua moglie Ombretta Colli, era di casa.

A un certo punto sì. Una cosa che lui pensava, da quello che mi dice sua figlia e il presidente della Fondazione Paolo Del Bon, dalle cose che abbiamo ricostruito, che tra di loro ci fosse una divisione politica relativa. Giorgio e Ombretta avevano un pensiero comune sulle cose della vita. Lui aveva molto rispetto delle scelte personali, delle scelte dell’individuo.

Una delle parti più commoventi del film riguarda proprio la moglie. Una figura molto presente nel documentario, anche se non dice nulla.

Ombretta ha fatto una cosa che ci ha colpito tutti, compreso Dalia. Lei vent’anni fa ha lasciato tutto, ha lasciato le canzoni, non ha mai più ascoltato nulla. Sono un po’ di anni che ha anche qualche complicazione fisica. Quando io ho acceso le casse, i diffusori che ho messo accanto a lei senza dirglielo e ho mandato a volume alto le canzoni che lei aveva cantato con Gaber, col marito, con il labiale le ha ricantate tutte. Ed è una cosa che ci ha distrutto emotivamente in quel momento. Una donna che non parla da tempo e che improvvisamente, con la memoria, torna in maniera molto precisa sui testi delle canzoni. Lì Dalia ma tutti noi siamo stati molto, molto colpiti.

Giorgio Gaber agli inizi, più rock'n'roll e meno teatro canzone

Giorgio Gaber agli inizi, più rock’n’roll e meno teatro canzone

Come ha scelto le immagini da inserire nel vasto repertorio a disposizione? E’ stata dura la selezione?

No, è stato bello, è stato meraviglioso. È complicato quando non c’è il materiale, quando c’è tanto materiale è bello. Devi andare in sottrazione, ma un conto è andare in sottrazione, altra cosa è cercare qualcosa che non c’è. Fortunatamente tra il materiale dell’archivio Rai, quello della Fondazione, dell’Istituto Luce, sono stati tanti gli elementi produttivi intorno al film che hanno fatto sì che il materiale fosse enorme, importante. Anche se penso che la ricchezza sia tutta nel personaggio. Tutto si deve a un artista così, con quell’entusiasmo, con quella passione. Ha visto quanto suda negli spettaccoli, quanto si dà, quanto si da anche con il corpo. A volte era anche rabbioso, però era tutto sincero. E penso che la gente abbia riconosciuto la sincerità oltre che la passione vera.

Passi per l’assenza di Mina e tutti sappiamo il perché, ma perché non c’è Celentano?

Non sono assenti. Deve pensare che i materiali di questi due artisti sono materiali che vengono concessi direttamente da loro. Come anche la canzone che cantano. Mina è stata molto gentile. A un certo punto si sentono la canzone della Bussola di Viareggio, sottofondo, che canta insieme a Gaber, dove incontro Massimiliano Pani. Non è semplice, per esempio, che Celentano conceda i suoi materiali. C’è stata una collaborazione totale

Però almeno lui qualcosina la poteva dire.

Dandoci quel materiale lì ha manifestato un grande affetto. E già questo è stato molto, come dire, un segno di grande partecipazione da parte sua. Avere i suoi materiali su una cosa che viene trasmessa al cinema le assicuro che non è semplice. Semplicemente ha deciso di partecipare al documentario nella maniera che riteneva opportuna.

Dopo il documentario farebbe anche un biopic su Gaber?

Non lo so. Intanto, dopo le sale, il documentario, essendo anche prodotto da Rai Doc, avrà un percorso anche televisivo.

Non tergiversi. Farebbe un biopic?

Penso di aver dato il massimo su questo progetto. In un biopic il filtro è la finzione. Se invece il documentario ha avuto un piccolo senso, è stato perché la gente esce provata, ti ringrazia, senti la commozione, senti la partecipazione, e penso che questo possa essere sufficiente, possa bastare.

Guardi che magari glielo scippano.

Se qualcuno fa una cosa meglio della mia io sono felice. Sarebbero comunque due cose diverse.

Paola Cortellesi sul set di C’è ancora domani

Paola Cortellesi sul set di C’è ancora domani

Cambiamo argomento. Lei e sua moglie Paola Cortellesi siete la coppia del momento.

Il successo di Paola è una cosa imparagonabile con questo documentario. Per me è una soddisfazione enorme, perché le voglio bene, perché quando tu vedi una persona che in vent’anni che ormai ci conosciamo, pezzetto dopo pezzetto, mette insieme tutto questo, un percorso di crescita, anche di coerenza, di ostinazione sull’essere popolare, sul mescolare i temi drammatici con la leggerezza, con il racconto umoristico, con commedia e tragedia insieme. Lei con costanza, con passione, ha sempre difeso questa scelta ed è riuscita a mettere insieme tutto con un risultato così straordinario, una soddisfazione meravigliosa.

Domanda ovvia. Le è piaciuto C’è ancora domani

Bellissimo e sono ovviamente molto, molto, molto felice.

Gli ha dato anche dei consigli?

Zero, nulla, fortunatamente. Lei ovviamente ha un’esperienza lunghissima di attrice sui set, quindi avrà con gli occhi e con l’esperienza, rubato qua e là, un pò da me ma anche dagli altri registi con cui ha lavorato. Però la sua visione delle cose, la sua visione cinematografica è la sua visione.

Prima in casa i ruoli erano precisi, lei era il regista e Paola era l’attrice, adesso che diventata “una ragazza alla pari” cambierà qualcosa?

(Ride, ndr). Adesso è una regista che ha messo la freccia e vola via e rischia di diventare anche quella più vista. Ma in fondo già lo è perché è un film fenomeno il suo.

Paola Cortellesi e Riccardo Milani sul red carpet di C'è ancora domani alla Festa del cinema di Roma 2023

Paola Cortellesi e Riccardo Milani sul red carpet di C’è ancora domani alla Festa del cinema di Roma 2023

Cambierà professionalmente qualcosa nel vostro rapporto?

Conoscendola penso proprio di no. È una donna con i piedi fortemente saldati a terra. Penso che in questo caso contino molto le radici. Paola ha fatto una vita semplice, una famiglia modesta in un quartiere periferico romano. Le radici lì ti formano e ti fanno avere anche un po’ di senso della misura.

Una critica al film da un punto di vista tecnico?

Nessuna. Secondo me è un film pazzesco, ha grande gusto nelle inquadrature, grande semplicità di racconto e quando tu riesci a avere questa grande semplicità abbinata a un effetto dirompente emotivo e etico, hai raggiunto un livello che si raggiunge pochissime volte nel cinema. Ha fatto un’operazione importante. Il film di Paola è un film importante perché ha un valore etico che ci racconta una storia che è vicinissima, ma che spesso, per molti di noi, comprese le nuove generazioni, è distante anni luce. Una pellicola che si racconta a un pubblico larghissimo. E quando si fa un’operazione così, così larga dal punto di vista storico, culturale, umano, si fa un’operazione gigantesca. Il cinema qualche volta può anche cambiare le cose.

C’è un punto in comune nelle vostre rispettive opere: l’attore Francesco Centorame, che avete utilizzato entrambi.

Francesco è straordinario. Ho saputo della sua passione per Gaber e quando un ragazzo di poco meno di 30 anni ti dice delle cose su un cantante che tu hai vissuto e lui no, ma che ha solo ascoltato, qualcosa evidentemente scatta. È la persona più giovane con cui  parlo durante il film. Questa apertura verso le giovani generazioni è un po’ una speranza e un’ambizione allo stesso tempo di recuperare un senso civico a cui aggrapparsi tutti. E credo che abbia fatto bene Paola a lanciare un invito comune, insomma, penso che sia doveroso, ecco.

La prima volta che ha visto il film di Paola, che le ha detto?

L’ho visto da solo a casa quando ancora non era finito, tecnicamente non era la copia definitiva. Quando Paola è tornata e io stavo, insomma, piangendo, che è una cosa che non faccio spessissimo con i film. Mi ha colpito veramente tanto, tanto. Mi ricordo di averle detto che aveva fatto una grande cosa e penso davvero che sia così.