Nicola Maccanico. Io e Cinecittà, l’industria dei sogni: “Ho portato la trasparenza. E questo è un mondo che si fonda sulla fiducia”

Le strategie dell’amministratore delegato, 51 anni: mettere insieme il disordine creativo e fare business. “Se oggi le produzioni vengono da noi è perché siamo competitivi: nei cinque anni di gestione pubblica c’erano dei ricavi tra i 12 e i 15 milioni, noi nel 2022 ne abbiamo fatti 39". L'intervista con THR Roma

Questa intervista a Nicola Maccanico, amministratore delegato di Cinecittà, è pubblicata nell’edizione cartacea di The Hollywood Reporter Roma, Numero 1, in cui i protagonisti della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma e del mondo dell’intrattenimento romano raccontano la loro Roma e i loro luoghi del cuore. 

Una volta mi ha detto che lei è arrivato al cinema per esclusione, cosa significa?

Il mondo del cinema non lo conoscevo. Mi sono laureato in legge ma non sapevo bene cosa fare, ho cominciato a cercare la mia strada e ci sono arrivato per esclusione: ho capito quello che mi piaceva sbagliando tutti i lavori precedenti. Ho fatto un po’ di tutto: all’inizio uno stage in una banca, poi ho lavorato in uno studio legale e lì ho capito che mi interessava il mondo delle aziende ma che stavo dalla parte sbagliata del tavolo. A un certo punto ho cominciato a occuparmi di telecomunicazioni. In quella stagione, dalla seconda metà degli anni ‘90 con la liberalizzazione delle Tlc, c’erano delle possibilità concrete. Quando è partita Sky nel 2003 ero lì e Tom Mockridge decise di inserirmi in azienda. Nel 2004, per una coincidenza, Paolo Ferrari, l’allora presidente di Warner Bros., pensò con gli americani di investire su di me. Mi dissero: sappiamo che non sai niente di cinema, ma pensiamo che tu possa imparare in fretta. Avevo 32 anni. Mi hanno dato un’opportunità che ho cercato di meritarmi.

È entrato nel cinema lato azienda, quanto le interessa il lato artistico?

La cosa più interessante di fare il manager nel cinema è mettere insieme il disordine creativo e l’esigenza di fare industria. Quello che mi appassiona è prendere qualcosa di artistico ma di informe e inserirlo in un percorso che deve creare valore, lavoro, altra creatività.

Ha avuto il sostegno della sua famiglia, nelle scelte di lavoro?

Sì, assolutamente. Mio padre fin da piccolo mi diceva che la cosa importante era che io imparassi un mestiere: è arrivato il giorno in cui ho avuto la sensazione che potevo riuscirci. Ho desiderato che i miei genitori fossero fieri di me e ho fatto il possibile perché accadesse. Ho molto beneficiato di una grande libertà nelle scelte e nessuna imposizione. La stessa cosa provo a fare coi miei figli.

Quanti anni hanno?

Antonio, che porta il nome di mio padre, 10. Mila ne ha 8.

Come è arrivato a Cinecittà?

Quasi tre anni fa, mentre mi occupavo dei contenuti di Sky e facevo l’amministratore delegato di Vision, mi è arrivata una chiamata irresistibile. Irresistibile perché, secondo me, Cinecittà è una vera opportunità industriale.

Non andava bene, in quel momento.

No. Per me era chiaro, stando dall’altra parte del campo, che il mercato delle produzioni esplodeva, le opportunità erano infinite, i teatri di posa americani erano pieni al 98%, c’erano piani di sviluppo ovunque e invece Cinecittà aveva un riempimento medio sotto il 30%. C’era, con evidenza, una grande opportunità di crescita e di sviluppo non colta.

Come mai?

Ho trovato un luogo che faticava e che negli anni della privatizzazione ha molto sofferto, anche perché il mondo delle produzioni intanto cambiava velocemente. Nel momento in cui è tornata a essere amministrata dal pubblico, nel 2017, Cinecittà non ha fatto in tempo a dotarsi di una cultura di mercato. Poi c’è stata la pandemia. Oggi abbiamo una struttura diversa. Per dare dei parametri: nei cinque anni di gestione pubblica c’erano dei ricavi tra i 12 e i 15 milioni, noi nel 2022 ne abbiamo fatti 39.

Qual è stata la prima cosa che ha cambiato, arrivando a Cinecittà?

La più semplice: ho fatto un listino ufficiale. Ho trovato un ambiente che non aveva un sufficiente grado di trasparenza, la confusione genera caos. Io ho passato tutta la mia vita a lavorare nel mercato per multinazionali americane, inglesi, per grandi aziende italiane e ho voluto portare quella cultura. L’idea di lavorare per il pubblico, un po’ per la storia della mia famiglia e un po’ per la mia storia personale, mi ha sempre attratto.

Che cosa vuol dire fare un listino?

Vuol dire avere dei prezzi legati ai teatri, trasparenti, noti e uguali per tutti, ai quali si possono comunque applicare degli sconti. Le do alcuni numeri: nel 2021 Cinecittà ha fatturato 2 milioni e mezzo di scenografie, nel 2022 19 milioni.

Perché?

Perché Cinecittà finiva per non essere considerata un luogo di atterraggio credibile. E questo per mancanza di comunicazione, di contatti, di conoscenza.

Un problema di sistema?

Sì. L’audiovisivo è un mondo che si basa molto sulla fiducia tra le persone. Io ho potuto beneficiare all’inizio di una credibilità che mi sono costruito nei miei vent’anni nel mercato: mi ha aiutato ad essere ascoltato. Ma se poi le produzioni vengono a Cinecittà e ci tornano è perché siamo competitivi. Quest’anno miglioreremo i numeri del 2022, nonostante lo sciopero che indubbiamente ci sta facendo rallentare.

Cosa pensa di questo sciopero?

È una vertenza complicata che parte da elementi economici ma che ha alla base questioni di diritti, legittime. Senza la volontà di entrambe le parti di trovare una soluzione rischiamo di restare in stallo.

Secondo lei hanno ragione gli artisti?

Credo che le preoccupazioni degli artisti siano assolutamente legittime. Soprattutto quelle che riguardano la proprietà intellettuale. Ma se vogliamo metterci dall’altra parte è molto difficile dare una risposta concreta, perché non c’è più l’unità di misura di un tempo. Nel passato per ogni consumo, per ogni visione, si pagava in maniera diretta: c’era un biglietto al cinema. Con le flat fee è cambiato tutto.

Però è vero che gli studios si arricchiscono moltissimo, gli artisti spesso pur di lavorare dormono in macchina.

Non sottovaluti l’elemento della Borsa che è entrato in questo mondo. Ma è indubbio che ci debba essere maggiore attenzione per gli artisti, soprattutto per quelli più fragili. Il problema è come trovare un equilibrio, venirsi incontro. Bisogna evitare che questo sciopero finisca per fare male proprio a coloro che dovremmo tutelare.

Si sente spesso dire che lo sciopero Usa sia un’opportunità per il cinema europeo e per quello indipendente, che ne pensa?

Non credo: viviamo in un mercato globale, difficile immaginare che uno stallo forzato dell’industria americana dia chissà quale chance agli attori e produttori europei o italiani. Secondo me è un errore pensare che uno sciopero di questo tipo, in un mercato interconnesso come quello dell’audiovisivo, possa giovare a qualcuno.

Ha mai pensato di fare politica?

Quando ero piccolo assolutamente sì, però ho preso una strada diversa perché ero un convinto sostenitore del principio “uno per famiglia”. Mio padre ha fatto molto bene il suo lavoro, io ne faccio un altro. Sono felice di fare il manager, spero di continuare a farlo.

Quando era bambino cosa voleva fare da grande?

Avevo due passioni: politica e sport.

Quali sport?

Il calcio, il basket, il tennis. A dieci anni avevo l’abitudine di leggere sui giornali le pagine di politica e quelle sportive. Però ho capito in fretta che lo sport non faceva per me perché, insomma, me la cavo, però non sono un fuoriclasse.

Ne pratica ancora qualcuno?

Sì, il tennis, ho giocato a pallone tanti anni ma non ero a livello accettabile per farne una carriera. Comunque mi sarebbe piaciuto di più fare il tennista. Amo Federer, ma sono della generazione di John McEnroe. Ammiro la perfezione dei tennisti moderni ma devo dire che erano molto più divertenti quelli degli anni Ottanta. McEnroe è stato, in un certo senso, un artista. Anche un po’ folle. Certo. L’imperfezione affascina perché c’è di mezzo il genio. Io non credo che Maradona sia stato il calciatore più forte della storia però tutti i suoi difetti, le sue debolezze, i mostri con cui ha dovuto combattere lo hanno reso grande. Perfino più grande di quello che è stato sul campo.