Maestri artigiani – Eva Coen: “Noi costumisti siamo scultori di corpi, ma dalla disciplina militare”

THR Roma inaugura la rubrica dedicata ai mestieri del cinema iniziando dalla donna che ha vestito i personaggi dei Taviani, di Crialese, di Miss Fallaci e ora di Bassifondi: "Le nostre qualità sono l'autodisciplina e l'empatia: dobbiamo saper entrare nella mente di registi, attori e produttori. Ma nella professione è ancora un problema il gender pay gap: veniamo pagate il 40% in meno degli uomini"

Disciplina, gerarchia, austerità. “Il costumista è un militare”. In quella confusa trincea che sono i set, luoghi di tensione artistica e altissima entropia creativa, mantenere il controllo è fondamentale. La romana Eva Coen, che i set li frequenta da quando è maggiorenne – il primo nel 1998, assistente di Lina Nerli Taviani per Tu ridi dei fratelli Taviani – ha un’idea molto chiara del proprio reparto. “La nostra è una struttura militare, gerarchica, piramidale. Si sbaglia, si impara, si sbaglia e si impara. La parte teorica c’è, ma quella pratica deve cominciare subito. A 18 anni bisogna stare sul primo set, non più tardi. Si comincia da volontari, se si è bravi si va avanti. Terzo, secondo, primo assistente”. La naia, praticamente: la figura del costumista chiuso nello studio a disegnare bozzetti è solo una parte (la più romantica) della realtà. 

Veterana del settore – suoi i costumi per Respiro e Terraferma di Emanuele Crialese, suoi quelli per la serie Paramount Miss Fallaci – Coen ha firmato anche i costumi di Bassifondi, il film del pittore Francesco Pividori, in arte Trash Secco, in questi giorni al cinema. Un’opera legata a doppio filo con l’arte di Pividori, allievo della Scuola di Piazza del Popolo di Cesare Tacchi, realizzato sullo sfondo di una Roma “in decomposizione”, dominata dalle tinte ocra e verde, in cui anche la palette dei costumi, racconta Coen, si allinea “ai colori dei topi e delle nutrie”.

Alla base del realismo pasoliniano di Bassifondi c’è un lungo lavoro di ricerca sul campo, che ha permesso alla costumista di comprendere come nulla sia dovuto al caso, anche nel modo con cui i senzatetto – protagonisti del film – scelgono i propri abiti: “Ognuno ha un modo di esistere e di vestire. Ognuno ha un’estetica propria”. In un’opera ricca di riferimenti alla scena artistica underground romana (le giacche sono disegnate a mano da Gabriele Silli, attore e artista), il look “rock” di Romeo e quello più sportivo di Callisto riescono a raccontare non solo la persona, ma tutto il contesto che la accoglie. Un lavoro “sociologico”, dunque. Impossibile da improvvisare. 

Lei come ha cominciato? La sua è una famiglia di costumisti?

No, di musicisti. Mio padre, violinista e compositore, mi ha insegnato ad apprezzare la musica. Da piccola però avevo il pallino della moda, come tanti di noi. Ho studiato ad Harvard, poi alla Sorbona a Parigi: ho cominciato lavorando con le compagnie di danza contemporanea (ha collaborato con coreografi come Carolyn Carlson, Nina Watt e Pina Bausch, ndr), ma sono arrivata al costume studiando Roland Barthes. Io parto dall’assunto che la moda e il costume abbiano un legame indissolubile. Impossibile capire dove inizi uno e finisca l’altro. Il nostro mestiere consiste nel cercare nella moda quel che può essere messo al servizio del racconto. Sono due mondi che si toccano. Talmente tanto che la serie su Oriana Fallaci, per fare un esempio, è prodotta anche da Versace.

Come è arrivata al cinema?

Non sapevo bene come iniziare, perché il cinema è una macchina fatta di mestieri e tradizioni familiari. Una questione di artigianato, di competenze che si tramandano di persona in persona: la nostra ricchissima tradizione è ancora legata a dinamiche, diciamo, poco industriali. La mia fortuna è incrociare una persona che conosceva i fratelli Taviani. Andai sul loro set e ci passai tutta l’estate. Avevo 18 anni. I miei amici andavano a ballare, io imparavo il mestiere.

Come ha conosciuto Emanuele Crialese?

A New York, sul set di Once We Were Strangers, il suo primo lungometraggio. Ma sono entrata nel film per la colonna sonora: la mia seconda passione è il canto, e con i Klezroym, il mio gruppo, siamo stati scelti per le musiche. Poi Emanuele mi ha richiamata per Respiro e Terraferma, stavolta come costumista. Lavorare con lui è estremamente soddisfacente, perché ha un immaginario ricchissimo nel quale non devi fare altro che accomodarti per servirlo. Sono storie forti, le sue, atemporali.

E con Francesco Pividori come è andata?

Me l’ha presentato Matteo Levi, il produttore della 11 Marzo Film. Con Francesco ho fatto un lavoro grafico, essenziale. I costumi sono al servizio di una certa ruvidezza, in assoluto ascolto con la realtà. Siamo andati insieme a fare street casting, a fare le interviste, siamo stati davanti alla Caritas, a parlare con associazioni e onlus, in istituti laici e religiosi. Siamo stati alla mensa dove mangiano i senzatetto. Per preparare il lavoro abbiamo fatto una specie di mappatura degli homeless di Roma.

Capita spesso che il costumista partecipi attivamente alla preparazione?

A me sì, ma dipende. La parte del lavoro che mi interessa di più, da studiosa del costume, è la realtà. Accompagno spesso il regista a vedere le location, a conoscere il cast. In questo modo riesco a proporgli cose vere, filologicamente legate al racconto.

Lei preferisce vestire donne o uomini?

Gli uomini sono più intriganti, perché ci sono tante alternative per vestirli. Lo sa in quanti modi si può annodare una cravatta? Più di 80. E poi le giacche: è fondamentale saper indicare a un attore come aprire una giacca e quale sia il bottone da chiudere, a seconda dell’epoca. Sia per gli uomini che per le donne mi diverto moltissimo a lavorare sulla postura, la silhouette. Quando ho fatto la serie Speravo de morì prima, su Francesco Totti, ho ricostruito completamente il corpo di Gianmarco Tognazzi, che doveva interpretare l’allenatore Luciano Spalletti. Abbiamo rimodellato la sua fisionomia usando delle imbottiture e una speciale imbracatura per allargare le spalle, per dare l’impressione del corpo di un calciatore. Il truccatore è lo scultore della prostetica, noi siamo gli scultori del corpo.

Si è mai tenuta un vestito di scena?

Ho un intero magazzino in cui conservo alcune cose. Soprattutto, sono una patita di aste. Seguo le aste online, mi informo sul vintage. Un bel trench degli anni 40, un cappotto, ho il mio piccolo tesoretto da parte. Ogni costumista ne ha uno.

L’abito più complicato che ha realizzato?

Un abito assurdo per Pina Bausch. Serviva a una danzatrice che si sarebbe esibita alla Fenice di Venezia. Bausch mi mandò tutte le indicazioni. Come doveva essere il tessuto, la lunghezza dell’abito, ogni dettaglio. Non ho mai conosciuto una persona altrettanto competente sui materiali e sulla loro resa scenica. 

Le qualità del costumista?

Autodisciplina ed empatia: saper entrare nella mente dei registi, degli attori e dei produttori, perché dobbiamo avere a che fare anche con la parte banalmente organizzativa. Siamo dei piccoli manager, dobbiamo essere in grado di dire di quante persone abbiamo bisogno su un progetto. Altre qualità: non essere permalosi e leggere libri. Per ultimo, naturalmente, serve la creatività.

Con quante persone lavora di solito?

Non c’è un numero prestabilito. Per Miss Fallaci abbiamo un reparto consistente, probabilmente il più grande con cui abbia mai lavorato. Con Pividori il minimo sindacale: un costumista, un’assistente, un aiuto e un sarto.

Quanta parte del budget di un film è destinato al reparto costumi?

In media il 5% del budget complessivo. Se il film è in costume, sale. Se è d’azione, anche: per lo stesso abito possono essere necessarie anche otto copie. Gli homeless di Bassifondi avevano cambi doppi e tripli. 

La differenza di genere incide nel suo lavoro?

Purtroppo sì. Mi tengo in stretto contatto con l’associazione dei costumisti americani, in particolare con Anna Wyckoff, tra le promotrici della campagna, partita due anni fa, “Naked Without Us”. Le americane si stanno battendo per il riconoscimento della professione di costumista in contrapposizione a quella dell’art director: le prime sono soprattutto donne, i secondi al 90% uomini. E sono pagati il 30-40% in più. Il gender pay gap è un problema, negli Stati Uniti come in Italia. 

A livello internazionale il fatto di essere italiani fa la differenza?

Sì, lo chiamano “italian touch”. E la miglior freccia al nostro arco sono i nostri collaboratori. I costumisti italiani possono contare su sarti, modiste e fornitori straordinari. I fornitori, in particolare, sono il fiore all’occhiello: è da loro che il costumista trova il pellame giusto, il tessuto adatto, il ricamo più bello. La nostra agenda è un po’ come il portfolio di un broker. Noi italiani, oggettivamente, abbiamo la fortuna di vivere in un paese dove gli antichi mestieri resistono. Siamo bravi. Il che porta anche qualche complicazione.

Quale?

Con il tax credit al 40%, ci stiamo trasformando in un service. Regalare al resto del mondo le nostre location, il nostro know-how e le nostre competenze può diventare pericoloso. Rischiamo di finire come la Bulgaria o la Romania: tutti lavorano tantissimo, certo, ma lo fanno per gli altri. E cioè a discapito dell’industria cinematografica locale. Siamo la location dei sogni, costiamo la metà della Germania. Ma il nostro cinema ha sempre meno professionisti liberi e disponibili.